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Improvvisazioni a tema sociale e politico
SOCIETA'
30 novembre 2008
Valutazione e Meritocrazia
Non si fa che parlare di premiare gli atenei virtuosi, di creare un sistema meritocratico nell'Università. Il problema è che chi è incaricato di questo importante contributo nella vita culturale di un paese intero, non mi pare abbia la levatura culturale, né le conoscenze specifiche per arrivare a una soluzione di nessun rilievo. E non ce l'hanno avute nemmeno i precedenti, di qualunque parte politica essi si vantavano di essere.
Si parla di valutazione, ma nessuno mai è riuscito a far funzionare un sistema sensato. La Moratti ci provò, ma poi a fine legislatura, quando la sua candidatura a sindaco era ormai cosa nota, cedette e diede un finanziamento di molti milioni di euro al San Raffaele di Milano su fondi destinati alla ricerca informatica, fondi poi spesi per comprare un grosso computer IBM (va beh, questo mi scandalizzò parecchio all'epoca).
Il problema della valutazione è semplice: non si può fare! Le discipline scientifiche sono divise macro aree e in Settori Scientifici e Disciplinari (SSD), e sono molti, decine. In ogni settore poi ci sono molti filoni di ricerca. Ogni filone è caratterizzato da una comunità, l'insieme di persone che, nel mondo, si occupano di quella cosa. Ogni comunità ha certe regole, che riguardano il tipo di articoli scientifici, o prodotti scientifici, più in generale, che vengono ritenuti degni di tale nome. Ad esempio, in alcuni settori pubblicare un articolo ogni due anni è considerato un buon traguardo, in altri se ne devono fare 3 all'anno per essere competitivi.
Instaurare un sistema di valutazione indipendente, o oggettivo, richiederebbe una struttura di dimensioni enormi, e una spesa proporzionata. Non solo, per evitare conflitti di interesse (considerate che ci sono ricerche che hanno in Italia uno o due gruppi che ci lavorano) le persone chiamate a giudicare dovrebbero essere esterne, magari estere. Un breve parentesi: In una delle tante farneticazioni sulla riforma dei concorsi si era arrivati a proporre che le commissioni giudicatrici fossero composte da 5-6 ricercatori stranieri!! Ma vi rendete conto? Cosa volete che gliene freghi agli stranieri chi assumiamo noi? E quanti stranieri sarebbero disponibili a lavorare in tutte le commissioni di assunzione in Italia? Insomma, le solite smargiassate all'Italiana, le solite parole vuote di politicanti ignoranti e populisti (di entrambi gli schieramenti).
Insomma, costi improponibili e un sistema così complesso che nessuno è mai riuscito nemmeno a immaginare completamente, figuriamoci a realizzare. A parte dare un po' di soldi ai propri amici, questi politicanti non sembrano saper fare altro.
Ma esiste una soluzione? Probabilmente sì, ma richiede di ripensare a tutto il sistema. Invece che aggiungere strutture a un sistema già di per sè troppo complicato, un riforma -se degne di questo nome- deve rifondare l'istituzione per rendere i comportamenti virtuosi più convenienti, mentre oggi sembra accadere l'esatto contrario. Invece che cercare metriche semplici e generali che finiscono per penalizzare piuttosto che migliorare i sistema, si deve fare in modo che migliorare convenga: ovvero che migliorare porti soldi.
Faccio un esempio: quando si danno soldi in proporzione al numero di studenti laureati in un anno, non si arriva che all'effetto di ridurre la qualità dell'insegnamento (chi ha bazzicato l'università lo vede con i propri occhi quanto gli studenti attuali siano molto meno preparati di qualche anno fa). Se si finanzia la ricerca in base al numero di articoli pubblicati si finisce per dare soldi a filoni in cui si pubblica facilmente, rispetto a quelli in cui si sputa sangue per un risultato.
Se diamo all'università la convenienza a finanziare ricerche e progetti (Mio precedente post), allora le università avranno convenienza ad assumere gente brava, gente che la ricerca la fa, che di conseguenza insegneranno alle nuove generazioni in base a risultati allo stato dell'arte. Va beh, mi sono già dilungato troppo.

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permalink | inviato da bmm il 30/11/2008 alle 19:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
23 novembre 2008
Finanziamenti a pioggia
Il lavoro del professore universitario (almeno quello che vuole lavorare) è di cercare fondi per finanziare la propria ricerca. E' un dato di fatto che la percentuale del tempo dedicata alla ricerca di fondi è in continuo aumento da quando all'inizio del diciottesimo secolo la scienza ha cominciato ad essere indipendente.
Escono con una certa regolarità bandi per l'assegnazione di fondi a progetti di ricerca. Questi bandi vengono dal ministero, dagli atenei, dall'unione europea. Esistono spesso delle clausole strane, specie nei bandi ministeriali e di ateneo. Ad esempio non è possibile fare richiesta per un bando di ateneo se già si ricevuto un bando di ministero, indipendentemente dal progetto. Ovvero, uno stesso proponente non può richiedere fondi su progetti diversi. Se io fossi davvero bravo, molto noto e capace ti attrarre finanziamenti per le mie ricerche, magari su temi molto "hot" al momento della richiesta, non posso nemmeno fare domanda a un fondo di ateneo se ne ho già uno ministeriale, anche se un progetto diverso, e viceversa. Questo è un esempio di clausola semplice. Ce ne sono di più complicate. Quei soldi però saranno stanziati comunque, magari non a progetti davvero rilevanti o di più basso profilo che, non dico debbano sparire, ma magari non hanno la stessa valenza internazionale.
La cosa brutta della faccenda, è che i responsabili dell'assegnazione dei fondi sembrano davvero dire che, se io ho già molti soldi non ne devo richiedere altri, perché c'è qualche altro sfortunato che non ne ha. Il problema è chiedersi perché non ne ha, se se li merita. Sulla valutazione e la meritocrazia, appuntamento ad un prossimo post.

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permalink | inviato da bmm il 23/11/2008 alle 21:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
20 novembre 2008
Cofinanziamento
Inizio con questo (breve) post una sezione dedicata all'università e la ricerca in Italia come outside-insider.
Il primo aspetto che vorrei trattare è il cofinanziamento dei progetti di ricerca.
Partiamo dal fatto: in Italia, quando un progetto di ricerca è finanziato dal ministero, l'ateneo è tenuto a supplire una certa percentuale dei fondi. Supponiamo che il progetto valga 100. Il ministero mette 80, l'ateneo 20. Più consistente è il progetto, meno l'università è prona al suo finanziamento (specie se la situazione finanziaria non è buona)
Questo è un esempio di idiozia italiana. Si arriva al paradosso che un'università non ha interesse a promuovere la ricerca in quanto questa rappresenta un costo. E' vero che in base ai progetti finanziati l'università riceve dei fondi ministeriali, ma si tratta di un effetto indiretto e, a mio avviso, contorto. Negli USA -e in altri paesi civili- quando un progetto è finanziato, parte dei finanziamenti va all'ateneo! Quindi se il progetto vale 100, 80 vanno ai ricercatori, 20 all'ateneo! L'università a questo punto è spinta a finanziare la ricerca (e più importanti sono i progetti più li vorrà finanziare), assumere gente brava, capace di portare finanziamenti, invece che continuare ad assumere altri tipi di figura (argomento di un post futuro). Oggi capita che chi vuole proporre un progetto di grandi dimensioni vada dal rettore -o chi per lui- a chiedere il benestare, cosa che dovrebbe essere automatica invece che seriamente e freddamente ponderata.
sfoglia
      

Sono sempre più convinto che l'improvvisazione sia fondamentale nella vita. Anche il piano più dettagliato e curato, alla fine, è parte da una improvvisazione ed evolve con improvvisazioni. Qui raccolgo delle improvvisazioni a tema sociale e politico che magari qualcuno leggerà prima o poi.

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