.
Annunci online

Improvvisazioni a tema sociale e politico
CULTURA
1 maggio 2011
Corti, cortigiani, schiavisti e schiavi

(post originale)

Divertente l'aforisma di Wilde che dice che i banchieri a cena parlano di arte e gli artisti di soldi. Vorrei fare un post politico, polemico, quasi programmatico, in questo primo Maggio un po' snaturato.

L'arte nella società di oggi non ha una natura rituale, né produce utilità. L'espressione di sé è fine a se stessa e ha successo solo quando riesce ad arredare le molte stanze di poche corti, dove oziosi signori e compiacenti cortigiani gozzovigliano inebriati, oppure quando riescono a entrare in qualche esibizione, importante, mondiale, curata per non turbare troppo le coscienze e compiacere qualche altra, momentanea, categoria.

I nuovi schiavi si compiacciono dei loro acquisti, i nuovi schiavisti li convincono che così sono liberi. I signori guadagnano in possedimenti che non sono territoriali ma di coscienze, di consenso, di impunità, di reverenza, di potere. Gli schiavisti non sono i padroni, sono i creativi, quelli che sfruttano le tecniche dell'arte per stupire e convincere. Non più fruste ma trenta secondi di fantasia di qualcun altro. Gli schiavisti, come sempre, sono schiavi anche loro, solo con delle colpe in più.

Il sistema regge perché i signori ci hanno convinto che esistono delle scatole in cui possiamo categorizzare ogni cosa. L'arte è in una scatola di plastica colorata, il lavoro in una di metallo, il divertimento in una di gomma, la felicità in una di vetro e la libertà in una di carta. La vita, ci dicono, non è una, è fatta di fasi e di momenti, ognuna col suo equipaggiamento da acquistare in un megastore appropriatamente istituito.

Tempo è che si torni a far vibrare le coscienze, a svegliarle, per accelerare il momento in cui tutto si sommuoverà e cadranno teste e si alzeranno bandiere, in attesa che poi altri signori, altri cortigiani, altri schiavi, popolino il mondo. Ma per un piccolo lasso essere davvero umanità.

CULTURA
20 febbraio 2011
I Fondamentali

Travolti dal rumore non riusciamo a discutere delle questioni nel merito. Ormai pensiamo per slogan. Quindi ho deciso di non fare parte del coro e non solo andare al nocciolo delle questioni, ma di tentare (con quali risultati non so) di stravolgere le idee, smontarle e vedere di cosa sono fatte.


 

Così colgo l'occasione per spingermi oltre, e mi pongo domande più radicali. Per esempio, misurare il benessere considerandolo proporzionale al PIL è giusto? Lo Stato ha convenienza a vendere le sigarette ai cittadini, in quanto, oltre che ricevere incassi diretti dalla vendita del tabacco, aumenteranno le spese mediche, quindi il PIL. Produrre i pezzi di auto in Polonia, assemblarli in Sicilia, Commercializzarli in Piemonte produce molto PIL, oltre che smog. Produce (direttamente) anche benessere per l'individuo?


 

Il diritto di voto è davvero universale? Tutte le legislazioni in merito, almeno fino a qualche decennio fa, richiedevano l'alfabetizzazione ai votanti, cioè un minimo di capacità (almeno in potenza) di informarsi, e quindi formasi un giudizio. Oggi che siamo tutti alfabetizzati, e che il mondo è così complicato, e che gli Italiani si dimostrano così ignoranti di fronte a concetti fondamentali di libertà, costituzione, democrazia, non sarebbe il caso di dare il diritto di voto solo a chi supera un esame di conoscenza, per esempio, della Costituzione e del suo significato?


 

Il mio solito tema: invece che fare regole per complicare la vita alla gente comune e non a chi le leggi non le seguirebbe comunque, facciamo delle regole che spingano le persone a comportarsi in modo onesto? Qualche idea: facciamo che si possano scaricare dalle tasse molte spese, quelle del dentista per esempio, così quando ci chiede se vogliamo la ricevuta, gli diciamo "sì, certo." Invece di lamentarci dei concorsi truccati, facciamo che chi fa assumere qualcuno se ne assume la responsabilità (mica che devono essere sepolti assieme, per carità, ma una decurtazione dello stipendio, per esempio), così magari non assumerà il cugino.


 

In ogni periodo storico ci sono i nobili, quelli che accumulano e si godono la ricchezza. Al giorno d'oggi sono i manager, che arrivano a condotte schifose perché magari hanno un buon pacchetto azioni dell'azienda in cui lavorano. (Sapete, no? Se i bonus arrivano in base alle azioni, quello che importa è far salire le azioni, e se annunciare licenziamenti (e farli) fa alzare il titolo, al manager conviene personalmente farlo.) Se abbassiamo i compensi dei manager, però, spunterà una nuova categoria che si ingrasserà sulle spalle degli altri. Compriamo cellulari a tutto andare, capi firmati, ci indebitiamo, solo per arricchire pochi "monarchi," che ci guardano come il macellaio guarda il manzo. Conquistiamo la dignità, impossessiamoci di noi stessi, riconosciamo la nostra umanità e comprendiamo la nostra essenza. Non cerchiamo di essere come loro, ma sentiamo la nostra unicità, apprendiamo la consapevolezza di esistere, troviamo uno scopo che ci realizzi, invece che lobotomizzarci seguendo i modelli che ci vogliono propinare per poterci sfruttare illudendoci.


 

Uhmm... troppo lungo, eh?

 

POLITICA
20 febbraio 2011
Né/Sia di Destra né/sia di Sinistra

(post originale)

Mi riprometto sempre di non perdere il mio tempo a ripetere cose che sono note da decenni, se non secoli. Ma pare che in un'Italia anestetizzata da una rimbombante dittatura della (presunta) maggioranza, anche le cose più ovvie sono bellamente dimenticate, o bollate in vario modo: comuniste, di sinistra, finiane, antiberlusconiane, anti-italiane, e una serie di epiteti meno ideologici e più offensivi.


 

Faccio un esempio: i miei amici francesi non fanno che ripetermi che "se una persona è senza un tetto, è anche un problema mio." La tentazione di etichettare il discorso come ideologico, comunista, utopico è forte, ma sarebbe solo il risultato di una analisi banale, che mi vergogno quasi a fare, non fosse che credo che anche le analisi banali, al giorno d'oggi, serve ripeterle.


 

Il ragionamento è questo: se ci sono persone senza casa, senza soldi, senza futuro, questo avrà implicazioni sulla società futura, sull'economia (non comprano e non producono), sulla sicurezza (saranno indotti a delinquere), sulla politica (spesso con norme repressive), e così via. Anche a essere individualisti e guardare solo alla nostra famiglia, affrontare il problema sul lungo termine conviene, ne vale del futuro nostro, dei nostri figli e dei nostri nipoti. E non centrano niente discorsi di solidarietà, uguaglianza, giustizia, temi tabù nel berlusconismo, centri solo tu, il tuo futuro, e quello della tua famiglia.


 

Si tratta, in soldoni, di puntare alla pace sociale, che è l'unico modo di realizzare, o approssimare, quello che la democrazia è, ovvero un sistema che permette il cambiamento senza violenza.


 

Mi scuso per questa serie di banalità.

 

CULTURA
16 gennaio 2010
Le Micromachine e la metafisica delle cose comuni
(Post originale)
Il pensiero si ferma, ad un certo punto, accettando certe entità come fondamentali (che si chiamerebbero noumeni). La descrizione del reale diventa quindi la narrazione delle relazioni tra le entità fondamentali.
Il pensiero scientifico si distingue da quello religioso (teologico) perché finisce inesorabilmente per interrogarsi sulla natura stessa delle entità (temporaneamente) fondamentali. Il pensiero teologico difficilmente si avventura nella critica dei fondamentali, in quanto, per un assunto piuttosto arbitrario (l'identificazione del divino con l'umano), i fondamentali sono prestabiliti nei termini (tipicamente antiquati) di un linguaggio per ipotesi esatto.
Nel film "Constanine," il protagonista chiede a un personaggio di uscire dall'appartamento e chiudere la porta completamente, pena non riuscire a connettersi con qualche altra dimensione. Ma cosa vuol dire "chiusa?" Cos'è la "porta?" Queste domande non risalgono alla mente dei personaggi (e forse nemmeno in quella degli sceneggiatori e scrittori della storia). Nella realtà del film, la "porta" e l'"appartamento" sono entità fondamentali, privi di una struttura, incapaci di essere qualcos'altro. Poco importa se la porta viene da un legno tagliato in una foresta o in un'altra, o se qualcuno vi abbia inciso un cuore o un "666" sulla corteccia prima che l'albero venisse abbattuto. Allo stesso modo, "chiuso" è un concetto che si presta a parecchie variazioni: "chiuso a chiave" è più chiuso di "chiuso e basta"? Se la porta e il suo battente sono composti di atomi, possiamo definire in qualche modo il concetto di "chiusura?" In una interpretazione quantistica dovremmo davvero distinguere il "dentro" e il "fuori" ("O DENTRO O FORA! BASTA CHE TE XARI CHEA PORTA!!" diceva mia mamma esasperata)? Alla scala di Plank ha senso parlare di "porta" e "battente," o dovremmo vedere l'una solo in relazione all'altro e viceversa?
Ecco la domanda che tutti vi sarete fatti almeno una volta: cos'è una porta alla scala di Plank?
Insomma, siamo davvero sicuri che gli angeli e i demoni del film agiscano in una realtà le cui entità fondamentali sono le stesse dei personaggi terreni? Non so voi ma io non ci dormo la notte.
Ma sto temporeggiando. Cosa centrano le Micromachine?
Nel videogioco omonimo, un veicolo che usce dai bordi dello schermo perde un punto. Prima di far partire il gioco lo schermo è quella superficie dove vediamo immagini che mutano, quando il gioco parte vediamo una realtà in cui lo spazio e il tempo mutano in funzione della posizione sullo schermo della macchinina in testa alla gara. Siamo di fronte a una realtà alternativa con differenti entità fondamentali.
Questo, credo, è il motivo per cui, alla presentazione dell'idea del gioco, siamo colti dallo stesso tipo di sorpresa che si ha quando ci si approccia a una teoria fisica che sposta, o cambia, i fondamentali acquisiti del reale. Il nostro cervello viene sottoposto a un certo tipo di sussulto che fa cambiare il punto di vista. Da quel momento in poi la realtà sarà determinata dalla posizione dello schermo su un ambiente virtuale, per poi tornare, un po' meno saldamente, al reale fatto di porte, aperte o (esclusivo) chiuse, e di appartamenti. Nelle teorie fisiche, a volte, non si può tornare indietro così facilmente, o lo si fa accettando l'approssimazione che necessariamente il quotidiano ci impone.
POLITICA
19 marzo 2009
Convenienza e responsabilità
"Una vera riforma non si fa con regolamenti più efficienti, con un maggior numero di leggi, ma assegnando responsabilità individuali e fornendo gli adeguati incentivi alle azioni virtuose. L'incentivo è necessario perché l'animale uomo si comporti da animale sociale. Ogni persona deve avere un obiettivo, e la convenienza a raggiungerlo. Se non lo fa si prende tutta la responsabilità della propria scelta. Questo rende il sistema meritocratico."

La meritocrazia è un sistema che cerca di favorire comportamenti virtuosi. Il problema della meritocrazia, problema molto serio, è la valutazione del merito. Come si può valutare un infermiere che magari fa iniezioni dolorose ma è capace di tirare su l'umore del paziente più depresso? E chi dovrebbe valutarlo?

A questa domanda i politicanti risponderebbero che si devono istituire commissioni e sperperare denaro, mentre la risposta dovrebbe essere molto semplice: chi ha assunto quell'infermiere lo deve valutare. Nell'osceno sistema Italia, nelle ASL, chi assume è, formalmente, lo stato stesso, quindi ecco la necessità di commissioni e altre burocrazie inutili. Nell'università è lo stesso: lo stato assume un ricercatore, dopo che una commissione di persone interne all'ateneo in questione effettua la selezione. Dopo tre anni il ricercatore viene valutato per decidere se confermarlo in ruolo o no, e qui scatta il meccanismo più bello: altre persone, interne all'ateneo, decidono se il merito del ricercatore è buono o no. In tutto questo processo, le persone che hanno preso la decisione di assumere, e quelle che hanno preso la decisione di confermare, non hanno praticamente nessuna responsabilità sulle decisioni prese. Quello che conta è che si seguano dei passi formali, facilmente plasmabili, e il gioco è fatto. Chi assume, si è dimenticato di chi ha tirato dentro, e chi conferma continua il proprio lavoro tranquillamente.

Mi pare ovvio che quello che manca è l'assegnazione della responsabilità diretta delle persone che prendono effettivamente le decisioni, negli esempi qui sopra relegandola allo Stato.

Una vera riforma non si fa con regolamenti più efficienti, con un maggior numero di leggi, ma assegnando responsabilità individuali e fornendo gli adeguati incentivi alle azioni virtuose. L'incentivo è necessario perché l'animale uomo si comporti da animale sociale. Ogni persona deve avere un obiettivo, e la convenienza a raggiungerlo. Se non lo fa si prende tutta la responsabilità della propria scelta. Questo rende il sistema meritocratico.

Chi ha assunto qualcuno che si è rivelato un incapace, deve pagarne le conseguenze, in termini di immagine, guadagni, o anche dello stesso posto di lavoro.

Non sento nessuno dire cose del genere, sento policanti parlare sostanzialmente si assistenzialismo o di rendere legale l'illegale, ma nessuno parla di una riforma seria. Ma io, sono di destra o di sinistra?
TECNOLOGIE
1 febbraio 2009
Chi ha inventato il cellulare?
Sto riflettendo sul futuro in questi giorni, come si può intuire dal mio post precedente. Sul futuro e la possibilità di immaginarlo.
Il telefono cellulare è un esmepio molto illuminante. Pare che nessun scrittore, o più genericamente visionario, abbia immaginato il cellulare. Sistemi di comunicazione avanzati, e ancora oggi fantascientifici, sono stati presentati in varie occasioni. Il più tipico esempio sono i walkie-talkie di Star-Trek e affini. Si trattava di strumenti per comunicazioni istantanee a distanze arbitrarie, ma sempre e comunque di sistemi di comunicazione dedicati. Non era possibile chiamare la moglie del capitano Kirk, quando lui era in missione sul pianeta Kraffen, e chiederle di uscire con te. Oggi si potrebbe pensare di poterlo fare: lei avrebbe un telefono e, magari, andando sulla pagina facebook di James T. Kirk, fare click e chiamarne la moglie. Lo sceneggiatore di Star Trek mi avrebbe deriso fino all'infarto.
Perchè? Espongo la mia teoria: il cellulare è una illusione. Mia nonna Agnese non è mai riuscita a capire che il mio cellulare non si collegava direttamente con il cellulare o il telefono fisso di quelcun altro. Il segnale della mia chiamata arriva a una antenna non troppo lontano da dove mi trovo, passa in qualche altro sistema, entra in una centrale, cerca la posizione dell'altro telefono e inoltra la richiesta. Si potrebbe quai pensare che il cellulare non sia del tutto wireless, se si esce dal raggio di azione delle antenne si è semplicemente tagliati fuori. Il cellulare, per quanto sofisticato sia, ha bisogno di una infrastruttura molto complessa e costosa, distribuita ovunque. Il discorso vale anche per il cellulare satellitare. Insomma, non si tratta di una tecnologia locale.
Mi spiego meglio.
Il tipico scrittore di fantascienza pare faccia fatica a immaginare cambiamenti così radicali. Il pianeta Terra è oggi cosparso di antenne, posizionate non da governi ma da imprese private (i governi danno al più le licenze). Un numero sorprendente di connessioni collega quasi ogni punto del mondo con una decente densità di popolazione, perché ne ricavano un margine di profitto. Qualcosa del genere non avrebbe mai potuto avvenire su sola spinta governativa.
Possiamo immaginare basi lunari, o città su Marte sotto enormi cappe di vetro, ma facciamo più fatica a immaginare un intero sistema globale/interplanetario costruito solo su basi economiche. In Doom3, Marte è sede di una struttura scintifico-economica organizzata come una specie di città a settori (idea vecchia come il genere fantascientifico stesso). La proprietà della struttura è di una compagnia che vende i propri prodotti all'industria delle armi, ai governi, etc. Con questo intendo una invenzione locale, centralizzata, un semplice rapporto a due, chi vende e chi compra. Il cellulare, o internet, è una realtà difficile da descrivere anche oggi che queste tecnologie sono realtà, e magari sono solo tecnologie a livello embrionale, chissà. Ma quello che sarà il futuro non è deciso in una pianificazione centralizzata, ma da complessi fenomeni di interazione e un continuum nell'evoluzione tecnologica. <a href="http://technorati.com/claim/tf7ypbxvnm" rel="me">Technorati Profile</a>
CULTURA
28 gennaio 2009
Reinventare il futuro
Si tratta di una di quelle cose ricorrenti, chiamate "delta di Luzzi," quelle inspiegabili co-occorrenze di eventi. Tipo vedi un'ampolla di scimmie di mare e dopo due giorni parlano sul giornale proprio delle scimmie di mare. In particolare, mi capita in questi giorni di imbattermi in articoli che parlano del futuro, su cosa sarà inventato da qui a cinquant'anni, su come sarà la società, su quali sono le possibilità che abbiamo davanti.
Mi pare di respirare.
Quando ero giovane (non troppo tempo fa) il futuro era fatto di auto volanti, robot che lavavano i piatti, gli stessi vestiti argentati per tutti, alieni dappertutto. Il tutto entro il 2000 o giù di lì. Poi è successo qualcosa di strano. Il futuro ha cambiato strada e ha sorpreso tutti. Ad un tratto i robot non c'erano più, al loro posto internet, cellulari, biotecnologie. A giudicare dai film usciti in questo periodo di sbigottimento possiamo notare un generale pessimismo, una paura epidermica. Io credo che questa paura derivi dal fatto che questo futuro non lo abbiamo immaginato noi. Star Trek, per dire, mostra un futuro di speranza, di razionalità, intelligenza. Nella società dei cellulari non mi è mai capitato di trovare una visione così ottimista. Anche Blade Runner non è un film pessimista: affronta temi esistenziali universali, ma in fondo il futuro, a parte che piove sempre, non aveva più inquietudine di un normale presente.
Il futuro negli ultimi dieci anni è Matrix, GATTACA, o anche Eagle Eye (per chi non lo avesse visto si tratta di un film abbastanza mediocre sul controllo che la tecnologia può avere sulla nostra vita).
Negli ultimi due giorni risento parlare di futuro in termini di: come si presenterà il mondo tra qualche decennio? Quali dispositivi avremmo a disposizione? Quale società? Mi pare un buon segno, dopo tutto, un modo per rialzare lo sguardo e ripartire con un qualche tipo di obiettivo.
Invece che essere soppraffatti da un incomprensibile presente, in cui compri un oggetto ed è già vecchio, in cui il web ti offre servizi a cui non avevi nemmeno mai immaginato prima, forse, e sottolineo forse, stiamo acquisendo un minimo di controllo. Puoddarsi che siamo finalmente in grado di digerire quello che abbiamo e pensare ad altro, inventare qualcosa noi stessi per noi stessi.
Potrebbe trattarsi di un effetto della crisi, che come dicono quelli che non sanno il cinese, in cinese vuol dire cambiamento. Ma tant'è, mi pare che questa percezione di rallentamento (non parlo del rallentamento vero, ma del suo effetto sulla coscienza) possa avere degli effetti positivi.

SCIENZA
20 gennaio 2009
Metodo scientifico e autorità
Kary Mullis discute (nel link a fine post) del metodo scientifico. La prima parte della presentazione è davvero interessante e divertente.
Cosa rende il metodo scientifico così efficace? La riproducibilità, il fatto che chiunque può riprodurre le medesime condizioni (cause) e ottenere i medesimi effetti. Cosa rende il metodo scientifico un grande modello per l'emancipazione del pensiero? La conseguente perdità di valore dell'autorità: se io riproduco un fenomeno che qualcuno dice non poter avvenire, quel qualcuno sbaglia, che sia il capo, un professore molto noto, il papa o il padreterno in persona.

La parte davvero difficile nel metodo scientifico è decidere a chi credere quando gli esperimenti non possono essere fisicamente eseguiti da chi vuole verificare la correttezza di una affermazione. E' il caso del riscaldamento globale, oggi fuori questione, ma molto dibattuto anni fa. Mullis si lascia trasportare dalla polemica e dice che questa storia è una stupidaggine, e che gli scienziati dicono quello che dicono solo per avere finanziamenti. Cosa parzialmente vera, e ci sono esempi di casi del genere. Quello che Mullis pare non capire è che ad un certo punto usa la frase: "questi scienziati sono autorevoli" e si affida a questa affermazione non provata per comprovare di essere nel giusto.

Quante volte al giorno noi facciamo lo stesso? Quante volte ascoltiamo una notizia al telegiornale e la reputiamo veritiera senza avere la minima prova che lo sia? Gli strumenti per determinare la veridicità forse non esistono in generale, ma ci sono almeno delle misure qualitative, dei metodi approssimati per capire in che direzione guardare. L'informazione dovrebbe fornire anche gli elementi per usare questi strumenti approssimati, inevece che, come fa ora, nasconderli o eliminarli.

Il video: http://www.ted.com/index.php/talks/kary_mullis_on_what_scientists_do.html
Su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=LNOtiRB3uyk

POLITICA
15 novembre 2008
Il ruolo della cultura
Io parto sempre da una domanda a cui cerco di dare una risposta. Quella di oggi è:
Quale background culturale dovrebbe avere un primo ministro, il presidente di un paese, un capo di governo? A parte l'identificazione della specializzazione migliore (giurista? ingegnere? letterato?), direi che la risposta dovrebbe essere qualcosa del tipo: "il più vasto possibile." Non solo il background, ma anche le capacità di sintetizzare la visione di una società (non dico e non auspico una ideologia), dei principi che la dovrebbero governare, il fine ultimo della società. Insomma, qualcosa del tipo: "Vorrei che il mio paese fosse così e così."
Quello che succede (guardandomi intorno) è invece che l'esito delle elezioni tende a premiare individui con scarse capacità intellettuali, quasi incapaci dei più semplici sillogismi. In sostanza l'elettore tende preferire, in media, i candidati, magari dai volti noti, con il profilo culturale che più ritengono simile al proprio. Altre soluzioni sono viste come elitarie e poco connesse alle situazioni contingenti. Non so se questo sia un fenomeno volontario o emergente, nel senso che non so se la scelta di voto è fatta in questi termini consciamente o no.
Nella società americana è rinomato il sospetto dell'elettorato nei confronti dei democratici, considerati elitari e lontani dai bisogni e desideri della gente. Ho l'impressione che in Italia, dove Berlusconi dimostra ogni giorno la sua mediocrità culturale, sia avvenuto qualcosa di simile. Qualcuno avrà votato per lui per non pagare l'ICI (poverino), ma molti altri devono essere stati attratti dalla sua comunicativa estremamente semplice e di scarsissimo spessore intellettuale.

Si potrebbe arguire che il popolo elegge i propri rappresentanti a propria immagine (e somiglianza), e che questo sia il vero senso della democrazia, ma credo che questa potrebbe essere al massimo l'argomentazione di un impreparato, o di uno in malafede. Sono convinto che il cittadino debba assumersi delle responsabilità (mio post democrazia e individualismo), non possa agire su base esclusivamente personale. Questo implica che debba anche conoscere i bisogni degli altri e della società, e che quindi debba avere una adeguata preparazione. Un mio amico dice che si dovrebbe dare il diritto di voto solo dopo il superamento di un esame di cultura generale. Non dico si debba arrivare a questo, ma non pare una cattiva idea. Certo questi discorsi lasciano il tempo che trovano, vista l'oggettiva tendenza dell'attuale governo all'uniformazione del pensiero, non solo della cittadinanza attuale, ma anche -forse soprattutto- di quella futura. Con la demolizione del sistema educativo statale, che dovrebbe avere (nei termini affrontati qui) un scopo che va ben oltre la formazione di lavoratori, il futuro del Paese è inevitabilmente non democratico, almeno non nel senso che la parola dovrebbe avere.

A volte penso che dovrei essere più ottimista.


SOCIETA'
9 novembre 2008
Confutazione del razzismo
Spesso la più forte confutazione del pensiero razzista si riconduce a un vago "siamo tutti uguali" che ben poco influenza le opinioni dei difensori/assertori di qualche razza. Esistono delle argomentazioni forti e inoppugnabili che abbattano le posizioni razziste? Io ne conosco 2:

1) Confutazione biologica: A metà degli anni '90 alcuni ricercatori americani annunciarono di aver trovato il gene "della pelle nera". Si trattava di un gene presente nelle persone di colore, ma non nei bianchi o negli ispanici. Qui credo si debba aprire una parentesi: la pratica forense americana individuava 5 razze: bianca, afro-americana, medio-orientale, ispanica, nativa. Chiaramente si tratta di una classificazione approssimativa: che fine anno fatto gli indiani dell'india? L'aver individuato il gene che identifica gli afroamericani era di grande aiuto nelle ricerche investigative. In sostanza, se si rinveniva materiale contenente quel gene nella scena del delitto, si aveva una buona probabilità (a parte qualche percentile), di trovarsi di fronte a un individuo di colore. La notizia fece il giro del mondo raggiungendo anche i mass-media, con toni diversi a seconda dei punti di vista.
Bastarono pochi mesi, però, anche se i media non se ne accorsero, per sconfessare la validità generale di questa scoperta. In popolazioni miste, come quella brasiliana, il gene in questione era distribuito equamente nella popolazione: bianchi, neri, gialli, etc. Cosa era successo? Eravamo di fronte a scienziati razzisti?
Non era così. Gli scienziati erano in buona fede, solo che la loro ricerca analizzava persone americane. La ricerca non individuava il gene della pelle nera, ma indicava abbastanza inequivocabilmente che la società americana non sì è mescolata significativamente, ovvero ha mantenuto le razze sostanzialmente isolate le une dalle altre. In società come quella brasiliana, il mescolio delle razze ha prodotto una diffusione del gene in tutti i colori di pelle. Cosa ci dice questo? Che non si è trovato il gene del colore della pelle, ma, in qualche modo, il gene della segregazione razziale. Pare proprio che un gene della pelle nera non esista!

2) Confutazione antropologica: La lettura del libro "guns, germs, and steel" di Jared Diamond (credo sia stato tradotto in italiano: leggetelo!) è illuminante e sorprendente. Diamond si chiede: da dove deriva la nostra società. Battiato direbbe: "la fantasia dei popoli che è giunta fino a noi, non viene dalle stelle." In un percorso all'indietro ci spiega che tutto ebbe inizio circa 10000 anni fa, quando l'agricoltura cominciò a svilupparsi nelle tribù umane. La produzione del cibo è stata la chiave che più di ogni altra ha potuto mettere in moto lo sviluppo di una civiltà piuttosto che un'altra. Perché gli aborigeni australiani ci sembrano così primitivi? O gli indios dell'amazzonia, i pigmei africani, etc.? La domanda va posta, secondo Diamond, e secondo chiunque abbia letto il suo fantastico libro, in un altro modo: A cosa serve ad un aborigeno quella che noi chiamiamo civiltà? Se dopo 300 anni di presenza dell'uomo bianco in Australia la produzione di cibo (o meglio la varietà) non è comparabile a quella di 2000 anni fa in medio-oriente, cosa possiamo dedurre? Se un bianco-occidentale morirebbe dopo pochi giorni nei territori dove gli aborigeni vivono da migliaia di anni, chi dobbiamo desumere essere il più abile? Quello che si desume è che le popolazioni hanno sempre ottimizzato lo sfruttamento dei territori dove vivevano, fino a che i bianchi non arrivavano e spazzavano via tutto con le armi, ma soprattutto con le malattie (quasi tutte le vittime della conquista del nuovo continente sono avvenute per infezione di vaiolo, a cui le popolazioni occidentali avevano sviluppato delle difese che i nativi non potevano aver avuto).
Quindi pare che, invece che disprezzare o compatire le popolazioni primitive, le dovremmo ammirare e imparare da loro.




sfoglia
febbraio       

Sono sempre più convinto che l'improvvisazione sia fondamentale nella vita. Anche il piano più dettagliato e curato, alla fine, è parte da una improvvisazione ed evolve con improvvisazioni. Qui raccolgo delle improvvisazioni a tema sociale e politico che magari qualcuno leggerà prima o poi.

blog letto 1 volte

Add to Technorati Favorites

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.