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Improvvisazioni a tema sociale e politico
CULTURA
1 maggio 2011
Corti, cortigiani, schiavisti e schiavi

(post originale)

Divertente l'aforisma di Wilde che dice che i banchieri a cena parlano di arte e gli artisti di soldi. Vorrei fare un post politico, polemico, quasi programmatico, in questo primo Maggio un po' snaturato.

L'arte nella società di oggi non ha una natura rituale, né produce utilità. L'espressione di sé è fine a se stessa e ha successo solo quando riesce ad arredare le molte stanze di poche corti, dove oziosi signori e compiacenti cortigiani gozzovigliano inebriati, oppure quando riescono a entrare in qualche esibizione, importante, mondiale, curata per non turbare troppo le coscienze e compiacere qualche altra, momentanea, categoria.

I nuovi schiavi si compiacciono dei loro acquisti, i nuovi schiavisti li convincono che così sono liberi. I signori guadagnano in possedimenti che non sono territoriali ma di coscienze, di consenso, di impunità, di reverenza, di potere. Gli schiavisti non sono i padroni, sono i creativi, quelli che sfruttano le tecniche dell'arte per stupire e convincere. Non più fruste ma trenta secondi di fantasia di qualcun altro. Gli schiavisti, come sempre, sono schiavi anche loro, solo con delle colpe in più.

Il sistema regge perché i signori ci hanno convinto che esistono delle scatole in cui possiamo categorizzare ogni cosa. L'arte è in una scatola di plastica colorata, il lavoro in una di metallo, il divertimento in una di gomma, la felicità in una di vetro e la libertà in una di carta. La vita, ci dicono, non è una, è fatta di fasi e di momenti, ognuna col suo equipaggiamento da acquistare in un megastore appropriatamente istituito.

Tempo è che si torni a far vibrare le coscienze, a svegliarle, per accelerare il momento in cui tutto si sommuoverà e cadranno teste e si alzeranno bandiere, in attesa che poi altri signori, altri cortigiani, altri schiavi, popolino il mondo. Ma per un piccolo lasso essere davvero umanità.

CULTURA
20 febbraio 2011
I Fondamentali

Travolti dal rumore non riusciamo a discutere delle questioni nel merito. Ormai pensiamo per slogan. Quindi ho deciso di non fare parte del coro e non solo andare al nocciolo delle questioni, ma di tentare (con quali risultati non so) di stravolgere le idee, smontarle e vedere di cosa sono fatte.


 

Così colgo l'occasione per spingermi oltre, e mi pongo domande più radicali. Per esempio, misurare il benessere considerandolo proporzionale al PIL è giusto? Lo Stato ha convenienza a vendere le sigarette ai cittadini, in quanto, oltre che ricevere incassi diretti dalla vendita del tabacco, aumenteranno le spese mediche, quindi il PIL. Produrre i pezzi di auto in Polonia, assemblarli in Sicilia, Commercializzarli in Piemonte produce molto PIL, oltre che smog. Produce (direttamente) anche benessere per l'individuo?


 

Il diritto di voto è davvero universale? Tutte le legislazioni in merito, almeno fino a qualche decennio fa, richiedevano l'alfabetizzazione ai votanti, cioè un minimo di capacità (almeno in potenza) di informarsi, e quindi formasi un giudizio. Oggi che siamo tutti alfabetizzati, e che il mondo è così complicato, e che gli Italiani si dimostrano così ignoranti di fronte a concetti fondamentali di libertà, costituzione, democrazia, non sarebbe il caso di dare il diritto di voto solo a chi supera un esame di conoscenza, per esempio, della Costituzione e del suo significato?


 

Il mio solito tema: invece che fare regole per complicare la vita alla gente comune e non a chi le leggi non le seguirebbe comunque, facciamo delle regole che spingano le persone a comportarsi in modo onesto? Qualche idea: facciamo che si possano scaricare dalle tasse molte spese, quelle del dentista per esempio, così quando ci chiede se vogliamo la ricevuta, gli diciamo "sì, certo." Invece di lamentarci dei concorsi truccati, facciamo che chi fa assumere qualcuno se ne assume la responsabilità (mica che devono essere sepolti assieme, per carità, ma una decurtazione dello stipendio, per esempio), così magari non assumerà il cugino.


 

In ogni periodo storico ci sono i nobili, quelli che accumulano e si godono la ricchezza. Al giorno d'oggi sono i manager, che arrivano a condotte schifose perché magari hanno un buon pacchetto azioni dell'azienda in cui lavorano. (Sapete, no? Se i bonus arrivano in base alle azioni, quello che importa è far salire le azioni, e se annunciare licenziamenti (e farli) fa alzare il titolo, al manager conviene personalmente farlo.) Se abbassiamo i compensi dei manager, però, spunterà una nuova categoria che si ingrasserà sulle spalle degli altri. Compriamo cellulari a tutto andare, capi firmati, ci indebitiamo, solo per arricchire pochi "monarchi," che ci guardano come il macellaio guarda il manzo. Conquistiamo la dignità, impossessiamoci di noi stessi, riconosciamo la nostra umanità e comprendiamo la nostra essenza. Non cerchiamo di essere come loro, ma sentiamo la nostra unicità, apprendiamo la consapevolezza di esistere, troviamo uno scopo che ci realizzi, invece che lobotomizzarci seguendo i modelli che ci vogliono propinare per poterci sfruttare illudendoci.


 

Uhmm... troppo lungo, eh?

 

POLITICA
20 febbraio 2011
Né/Sia di Destra né/sia di Sinistra

(post originale)

Mi riprometto sempre di non perdere il mio tempo a ripetere cose che sono note da decenni, se non secoli. Ma pare che in un'Italia anestetizzata da una rimbombante dittatura della (presunta) maggioranza, anche le cose più ovvie sono bellamente dimenticate, o bollate in vario modo: comuniste, di sinistra, finiane, antiberlusconiane, anti-italiane, e una serie di epiteti meno ideologici e più offensivi.


 

Faccio un esempio: i miei amici francesi non fanno che ripetermi che "se una persona è senza un tetto, è anche un problema mio." La tentazione di etichettare il discorso come ideologico, comunista, utopico è forte, ma sarebbe solo il risultato di una analisi banale, che mi vergogno quasi a fare, non fosse che credo che anche le analisi banali, al giorno d'oggi, serve ripeterle.


 

Il ragionamento è questo: se ci sono persone senza casa, senza soldi, senza futuro, questo avrà implicazioni sulla società futura, sull'economia (non comprano e non producono), sulla sicurezza (saranno indotti a delinquere), sulla politica (spesso con norme repressive), e così via. Anche a essere individualisti e guardare solo alla nostra famiglia, affrontare il problema sul lungo termine conviene, ne vale del futuro nostro, dei nostri figli e dei nostri nipoti. E non centrano niente discorsi di solidarietà, uguaglianza, giustizia, temi tabù nel berlusconismo, centri solo tu, il tuo futuro, e quello della tua famiglia.


 

Si tratta, in soldoni, di puntare alla pace sociale, che è l'unico modo di realizzare, o approssimare, quello che la democrazia è, ovvero un sistema che permette il cambiamento senza violenza.


 

Mi scuso per questa serie di banalità.

 

4 dicembre 2010
Proposta per l'Università

(post originale)

Sono stanco di sentire i politici parlare di riforme e finire per proporre piccoli cambiamenti e idee che non hanno la riforma solo nel titolo. Una riforma deve, specie in Italia, essere disegnata per rendere convenienti comportamenti virtuosi, e non nell'impedire comportamenti dannosi al sistema, con regole facilmente eludibili. Questo dovrebbe essere, secondo me, lo scopo di qualsiasi legge riformatrice. Qui di seguito butto giù alcune idee per l'Università. Leggendo solo le parti in grassetto si ha la visione completa dell'idea.


 

1) Piano strategico di Ateneo, Facoltà e Dipartimento. Con tutte le riunioni più o meno inutili che si fanno, propongo delle riunioni ai diversi livelli per definire le direzioni strategiche della ricerca e della didattica. Tutti quelli che ci lavorano discutono e votano quali debbano essere le direzioni di ricerca future che indirizzeranno le future assunzioni.


 

2) Processo di reclutamento. Userò la parola "concorso", anche se mi fa schifo perché ricorda le troppe ingiustizie ne nella Pubblica Amministrazione si sono perpetrate ai danni di uno stato che non poteva -e forse non voleva- controllare. Date le direzioni strategiche prese dei dipartimenti, valutate formalmente, ma non nella sostanza, da facoltà e atenei, data la disponibilità dei fondi, pubblica un bando (alla fine vedrete che anche la chiamata diretta funzionerebbe lo stesso nel sistema che propongo, ma visto che l'Italia non ama i cambiamenti troppo radicali mi limito al bando pubblico) per l'assunzione della figura richiesta. L'intervista o prova di concorso viene svolta da una commissione decisa dal Dipartimento (scegliere a caso la gente non fa che mettere le decisioni in mano a persone che non hanno interesse nella decisione ne la conoscenza della strategia in cui l'assunzione è inserita). La decisione della commissione viene valutata dal Dipartimento in un altra riunione in cui, con votazione, si giudica la decisione della commissione.


 

Il bando viene fatto indicando il settore scientifico disciplinare ma con la specifica della specializzazione e di titoli richiesti. Oggi si vedono concorsi nominalmente su un settore, ma che nascondono una decisione strategica e quindi si fanno salti mortali per giustificare le scelte, portando, dal punto di vista legislativo, a concorsi truccati.


 

3) Inversione del cofinanziamento. Le Università attualmente non hanno interesse a finanziare grossi progetti, né, di conseguenza, ad assumere persone eccellenti, perché ogni progetto che riceve finanziamenti é cofinanziato dall'Ateneo stesso, che quindi vede il progetto come una spesa. Si vedono scene pietose di professori che chiedono al rettore se l'Università è disponibile a mettere i soldi per un progetto di portata decente. I soldi per un progetto vanno in percentuale ai ricercatori che lo hanno proposto (le percentuali si decidono, ma sono di solito sull'80% se non sbaglio), il resto va agli atenei e i dipartimenti, che quindi avrebbero la convenienza a finanziarli.


 

4) Responsabilizzazione. Ogni anno, ricercatori, professori associati e professori ordinari sono sottoposti a valutazione, in base a un piano annuale discusso e sottoscritto con il Dipartimento e valutato e giudicato da Facoltà e Atenei. Se i parametri decisi non sono stati rispettati (i parametri minimi devono arrivare "dall'alto" per evitate le "cricche"), si provvede d'ufficio a decurtare stipendi e anche a licenziare. Un professore universitario non è un operaio alla catena di montaggio, che deve giustamente essere difeso, è uno che deve difendere ed rappresentare l'eccellenza. Se non lo fa va a casa.


 

5) No posto fisso inteso come inattaccabile, e no precariato forzato, come questi politucoli continuano a proporre (sei anni e poi sei fuori ' che idiozia degna di una che è stata sfiduciata per manifesta incapacità da presidente del consiglio comunale di Desenzano), ma valutazione continuativa sulla didattica e sulla ricerca fatta localmente e democraticamente con voto (palese o segreto).


6) Distribuzione dei fondi tramite decisioni della direzione dell'Università, al vaglio e critica di Facoltà e Dipartimenti. Basta distribuzione a pioggia per accontentare tutti i "colleghi".


7) Dettagli: Propongo tre livelli di ricerca/docenza: professori assistente, associato e ordinario con obbligatorietà di insegnamento e di ricerca. Si istituiscono figure di "lettori" ad esclusivo uso didattico (con contratti temporanei o no, dipende dal taglio dell'università, se di ricerca o didattica).


Voglio mandare questa proposta a partiti politici (quindi non al PdL) perché anche la proposta del PD che ho visto non mi soddisfa, non rende il sistema Universitario competitivo, anche se ha delle buone idee. Vi pregherei di darmi suggerimenti e consigli per renderla migliore. Se mi verranno in mente altri punti (sto scrivendo di getto incazzato da quello che sento dire) li aggiungerò qui.

 

 


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permalink | inviato da bmm il 4/12/2010 alle 14:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2010
La parola del giorno
Per la usuale rubrica di questo blog, "la parola del giorno", oggi ci occuperemo di rarefazione, parola dal significato quasi impalpabile, hahaha

Perché ho scelto questa come parola del giorno? Fondamentalmente perché non ho nessuna parola del giorno in questo blog, quindi l'averne scelta una oggi ha due significati: il primo è che questa diventa la parola di oggi, ma non vuol dire che ieri ce ne fosse una né domani un'altra. Il secondo, diretta conseguenza del primo, è che si crea, come da un dio un po' annoiato, un non-sense, che ha lo scopo di rendere questo post il manifesto di una presa di posizione sul nulla. Lo rende addirittura un banale calembour del pensiero. Il poter argomentare più a fondo sul concetto sarebbe interessante, ma porterebbe a conclusioni poco utili, e la maggior parte delle persone non le considererebbero degne di alcun ché, anche se il gioco per arrivarci sarebbe, mi permetto, affascinante. Ampliare a dismisura l'ampolla tanto da renderla vuota, gli atomi dell'aria che non arriverebbero più a toccarsi, poterli vedere ed esaminare uno per uno nei loro moti e caratteri.

 
Per portare alle conclusioni finali una riflessione così servirebbe una mente preparata, forse più sofisticata, della mia, una mente allenata alla filosofia e magari pure all'arte, certamente alla retorica. Io quella mente non ce l'ho, quindi lascio questo inizio di ragionamento, abbozzo di analisi, embrione di teoria, batuffolo di elucubrazione, senza curarmi più di tanto delle conseguenze (che immagino devastanti) di questa necessità.
politica interna
11 ottobre 2010
Politica in cucina

(Post Originale)

Stavo cercando di scrostare la padella dall'uovo cucinato un paio di giorni fa. Non riuscivo a evitare gli schizzi d'acqua che dal bordo della pentola finivano sul ripiano, e più cercavo soluzioni al problema, più ogni goccia che finiva fuori del lavandino mi faceva incazzare. Se va avanti così dovrò pulire il ripiano in tre, forse due settimane.

Capisco che questo possa sembrare un'inezia, ma stava proprio diventando un'ossessione. Mi pareva che l'unica soluzione fosse di tornare alla contrapposizione originale tra rivoluzionari e reazionari. La discussione politica oggi sì concentra solo su questioni personali, dettagli in cui non sì capisce il fondamento metodologico, proposte di soluzioni a problemi che non sottintendono nessun modello di società, che poi implicherebbe una visione strategica che va al di là dell'accontentare poteri di tipo lobbistico per salvaguardare posizioni individuali.

La politica dovrebbe sfruttare la contrapposizione di frange conservatrici, il cui obbiettivo, in ogni istante, è quello di rafforzare il sistema corrente, e frange progressiste, che vogliono cambiare i fondamenti della società per bilanciarne i poteri su equilibri diversi.

Non sarebbe una politica bipartitica, ma bipolare sì. E probabilmente i progressisti sarebbero naturalmente più litigiosi dei conservatori.

Non riuscendo ad eliminare le croste di albume dal pentolino, decisi allora di usarlo lo stesso per cucinare, che tanto la cottura i germi li uccide in ogni caso.

 

musica
8 ottobre 2010
Sono solo canzonette

(Post Originale)

Nel 1956 Dorina Giorno cantava "Que sera sera" nel film "l'uomo che sapeva troppo" di Alfredo Spissaalcasso (sono di spirito autarchico oggi, sarà la stanchezza). Il testo recitava più meno così:


 
"When I was just a little girl
I asked my mother, what will I be
Will I be pretty, will I be rich
Here's what she said to me.

Que Sera, Sera,
Whatever will be, will be
The future's not ours, to see
Que Sera, Sera
What will be, will be."

 
Ma erano gli anni '50, c'era ottimismo, gli stati uniti avevano appena sganciato una bomba atomica uccidendo centinaia di migliaia di persone, e i comunisti sarebbero presto stati sconfitti. Mi chiedo come avrebbe risposto quella premurosa madre negli anni successivi.

 
Probabilmente negli anni '60 avrebbe detto qualcosa del tipo:

 
"Que sera, sera,
Whatver's in your fantasy
Love everyone you see
What you smoke, sera
What will be, will be."

 
Pare un'ipotesi ragionevole? Gli anni '70 li vedo più così:

 
"El sera, sera,
There will be hotels on mars
Airplains instead of cars
El sera, sera
It will be, will be."

 
Anni '80:

"Se sera, sera,
Beware of HIV
The future sure I won't see
Now pass me my Crack
Se sera sera"

 
Anni '90:

 
"Que Sera, Sera,
The Ozone is getting thin
Your lucky if you don't lose your skin
Que Sera, Sera
(and by the way) You'd better stay in”

 
Anni '00

"Que Sera, Sera,
We'll export democracy
To save our fat lazy asses
I know this is not a rhyme
But what the f**k”

 
Mi spingerei nel futuro: anni '10

“Que sera, sera
Whatever make it a tweet
if they “like it” they will click
Que sera, sera
Po-ost it, post it”

 
Quel che sarà, sarà.

 


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permalink | inviato da bmm il 8/10/2010 alle 22:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
arte
6 ottobre 2010
Riflessioni da doccia (giustificare il conto dell'acqua)
(Post originale)
Una mucca è un animale sociale, tende a unirsi a un branco dove si sente sicura e a proprio agio. L'essere umano è uguale a una mucca sotto questo aspetto, solo che la coscienza dell'essere umano è più sofisticata di quella di una mucca (lo assumo come ipotesi). Il cervello umano non solo porta gli impulsi esterni e le emozioni all'attenzione della coscienza, ma riesce a collegare a questi la memoria e a formulare pensieri. Come la mucca non trova nulla di strano a unirsi a un branco e a seguirne le sorti perché sente che è quello che deve fare, così l'essere umano non può che dare un giudizio positivo sulla propria coscienza, almeno in prima istanza, fino a che qualcosa in futuro evidenzi un vizio, e allora ci si rende conto di avere sbagliato.
Il giudizio positivo sulla coscienza è fondamentale alla sopravvivenza della specie, se non fosse così le mucche non starebbero in branco e gli uomini non formerebbero società, non si accoppierebbero, non si innamorerebbero così facilmente, etc. Quando diciamo "vivi le tue emozioni," stiamo dicendo di prendere quello che arriva alla nostra coscienza e considerarlo vero senza intermediazioni. Quando il senso di incompletezza che ci assale lo consideriamo un segnale venuto dall'esterno, allora magari diventiamo religiosi. La prova del giudizio positivo sta nella semplice osservazione che tendiamo a credere alle nostre emozioni: "sento rabbia quindi sono arrabbiato," "sento paura e quindi sono impaurito."
Noi crediamo nella nostra coscienza e non possiamo non farlo! "Credere" è una parola molto importante nelle società umane. Le società umane si basano su verità delle coscienze individuali, su una diffusa condivisione (le eccezioni ci sono e sono importanti, v. seguito) di quelli che chiamiamo princìpi. In altri termini li possiamo considerare miti (prendo la parola mito da qui, che vidi mesi fa).
Come possiamo individuare i miti della società? La mia conclusione è che i miti si possono individuare negli argomenti di cui è molto difficile parlare in contesti sociali. Non sto parlando di censura o di difficoltà tecniche, intendo argomenti che se affrontati suscitano più imbarazzo che animare una conversazione costruttiva. Il mito dell'amore, il mito dell'uguaglianza, il mito del lavoro. I miti che formano la società e che la condizionano. Il mito della famiglia viene visto come fondativo, ma una società basata fortemente sul mito della famiglia non discute delle violenze familiari e tende a non le frenarle.
Esistono sempre, nelle società umane, degli individui che mettono in discussione i miti. Beh, ogni individuo lo fa, ma alcuni lo fanno di professione, scrivono libri, fomentano agitazioni, producono opere d'arte. Questi individui possono avere il potere di abbassare il livello di autocensura sui miti, permettendo la loro discussione, tanto da poter portare i miti stessi a sparire dalla società. Non credo serva fare esempi di questo fenomeno.
La società che risulta dalla distruzione di alcuni miti può essere una società con meno miti, ma non può, chiaramente, essere una società senza miti. Il mito che la società sia buona (in qualche senso) deve per forza esistere, altrimenti la società stessa si disgrega.
Possono questi individui che distruggono i miti essere attori politici? Mi pare di poter dire con una certa confidenza che no, non lo possono essere. Un movimento politico che si prefigge l'abbattimento di un mito non ha successo. Il mito deve essere già distrutto, o barcollante, affinché la politica possa eliminare il mito anche nella giurisdizione. L'esempio attuale è il mito del matrimonio omosessuale. Per capire come questo mito fosse così radicato nella società, basta pensare che molte delle leggi esistenti non specificano che il matrimonio deve avvenire tra un uomo e una donna. Era ovvio che fosse così, e non si poteva nemmeno ipotizzare altrimenti, se non per scherzo (ma quante cose iniziano per scherzo?). Solo oggi questo mito non è così radicato e la politica se ne può occupare, con più o meno successo. Ma il cammino è iniziato, nella società futura ci saranno i matrimoni omosessuali, e forse il concetto stesso di matrimonio cambierà dal punto di vista legislativo.
A grandi linee, tracciate con l'accetta come piace ai serial killer, un individuo ha tre scelte: essere un distruttore di miti, come un artista per esempio, essere un politico, o non essere e semplicemente esistere (lo so, un po' forte ma il motivo sarà chiaro nella frase successiva, e comunque preferisco la scelte di campo). Io penso di essere, per costruzione, un distruttore.


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permalink | inviato da bmm il 6/10/2010 alle 10:16 | Versione per la stampa
arte
6 ottobre 2010
Pensieri sconnessi
Leggo Barthes che mi parla di fotografia. Parla sempre della morte e del fatto che la morte assomiglia alla fotografia, come somiglia al teatro e, mi immagino, alla sua vita. Da poco era morta sua madre, perdita grave, da lì a poco sarebbe morto lui. Mi immagino un suicidio, una morte ad effetto, una morte rituale, coreografata, teatrale. Fotografica.

Mi pare un motivo un po' ossessivo, questo della morte, ma nientemeno vi rispecchio delle verità incontestabili, mi ci identifico. E' come se mi si risvegliassero dei ricordi, dei pensieri, alcune aree del mio cervello si accendono con differente intensità e, a seconda dell'intensità, ci trovo più o meno di me stesso. Mi chiedo: se tutte le aree del mio cervello si accendessero con la stessa intensità ad ogni concetto, mi identificherei pienamente in ogni cosa? Ogni idea, ogni concetto, ogni immagine mi apparirebbe talmente -e incondizionatamente- vera e commovente che non potrei smettere di piangere. E ridere. Sembrerei un pazzo. Sono fortunato da essere un maschio e ad avere un cervello semplice, che si accende sì e no quando accendo la playstation o la TV. E quando si parla di sesso, chiaro, nessuno è perfetto. Le donne hanno più connessioni nel cervello, e quindi mi immagino abbiano più regioni che si accendono contemporaneamente, si commuovono e capiscono più di noi maschi. Mi chiedo se è così.

Intanto torno a pensieri più utili, e scopro che Barthes è morto investito dal camioncino di una lavanderia. Tutte le aree del cervello che prima mi si erano accese adesso si spengono. Black out. Niente romanticismo. Non aveva di certo intravisto il suo destino, altrimenti si sarebbe depresso e non avrebbe scritto un bel niente. Probabilmente era pure felice. Quindi era solo molto intelligente e profondo, ma non aveva nessun carattere eroico? Forse sì. Ma il libro "La Camera Chiara" va letto, specie se vi piace le fotografia.

CULTURA
16 gennaio 2010
Metafore, interpretazioni e insegnamenti
(Post originale)
In questi anni millenaristi mi è venuta in mente una cosa. Se in questo momento (o meglio, in un momento posteriore alla fine di questo post) tutte le stelle dell'universo si spegnessero, si verificherebbe un fenomeno piuttosto strano. Dopo un secondo vedremmo spegnersi la Luna, dopo otto minuti vedremmo spegnersi il Sole. Dopo quattro anni vedremmo spegnersi Alfa Centauri, dopo otto anni toccherebbe a Sirio, dopo 100.000 anni all'intera Via Lattea.
Voi direte: "E bravo Piero Angela. L'hai finito Quark? Lo fai perché ci credi o giusto così per scassarci i Maroni..."
Prima di tutto, non è che obbligo nessuno a leggere (il ché è confermato dall'affluenza di lettori di questo blog), secondo, non è necessario offendere e terzo, lasciatemi finire...
Facendo anche una stima ottimistica, il dato per me impressionante è che la vita nel nostro pianeta scomparirebbe completamente in ben meno di quattro anni (a occhio e croce), quindi non sapremmo mai che l'intero Universo si è spento, moriremmo in massa bestemmiando al Sole e maledicendo chi ha siglato il contratto d'affitto con Dio.
Cosa possiamo desumere da questo? Ad esempio mi viene in mente che le nostre conclusioni non sono sempre azzeccate e che dobbiamo accettare con umiltà i nostri limiti. Oppure, il Grande Prestigiatore ha fatto in modo di essere imperscrutabile e ci ha fornito una realtà in cui non poter intuire il suo Piano (che giusto perché sono gentile chiamo "Piano B"). Forse che se l'Universo si stancasse di noi per come trattiamo il pianeta, si sbarazzerebbe della razza umana senza dare spiegazioni. Ancora: mi viene in mente che le nostre conclusioni non sono sempre azzeccate, quindi tanto vale spararle grosse e cercare di guadagnarne qualcosa, per esempio, se il sole si spegne, andiamo in giro a dire che tutto l'Universo si è spento e facciamoci pagare per riaccenderlo. La nostra ricchezza durerebbe quel che durerebbe, ma potremmo almeno comprarci una Ferrari e fare i grossi tra tutti quegli emaciati esseri morenti.
Ma credo che l'insegnamento finale di questa storia è che non c'è nulla da imparare. Possiamo tirare fuori metafore contraddittorie da ogni evento, e interpretare in una chiave o in un'altra ogni cosa, ma alla fine rimangono solo i fatti. Cosa ci insegna l'Universo spegnendosi? Niente. Il fenomeno avverrebbe, ogni uomo comincerebbe a comportarsi nel modo più misero consentito dalla propria coscienza, e PUFF, buonanotte, whatever.
sfoglia
febbraio       

Sono sempre più convinto che l'improvvisazione sia fondamentale nella vita. Anche il piano più dettagliato e curato, alla fine, è parte da una improvvisazione ed evolve con improvvisazioni. Qui raccolgo delle improvvisazioni a tema sociale e politico che magari qualcuno leggerà prima o poi.

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